Genitori senza gloria nello sport

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di Aurora Puccio

“Papà voglio andare a baseball”. “E da quando?” “Subito!” “Ma la maglia dell’Inter che ti ho appena comprato?” “Eh, non so se me la fanno mettere.” (Scuola Holden)F_Genitori-senza gloria

Luca e Simone sono amici per la pelle. Si erano conosciuti giocando a pallone qualche anno prima e da allora erano diventati inseparabili, anche se per scelta dei genitori, giocavano in squadre differenti e antagoniste tra loro. Si divertivano a correre su e giù per il campo veloci come delle gazzelle, desiderosi insieme ai compagni di squadra, di segnare quel goal che li avrebbe fatti esplodere di gioia. Sconfitta o vittoria non importava. Alla fine della partita, avrebbero condiviso con gli avversari dei gustosissimi dolci alla crema e al cioccolato. Chissà, era l’occasione buona anche per conoscere nuovi amici con cui giocare e scambiare le figurine dei calciatori preferiti.

Tornando a casa però l’atmosfera cambiava. I genitori, soprattutto in caso di sconfitta, si mostravano arrabbiati per il risultato, se la prendevano con l’allenatore che a loro dire non aveva messo in campo la formazione giusta, facendo giocare tutti i bambini anche quelli meno bravi. Rimproverano anche il figlio in caso di scarso rendimento o per aver sbagliato un goal facile da segnare. Gli arbitri erano quelli più criticati, perché venivano considerati a priori incapaci di giudicare bene le azioni e colpevoli di tutte le sconfitte. Invece, gli esperti del calcio, quelli che stavano comodamente seduti all’ombra della tribuna gustandosi una bevanda fresca, si vantavano che avrebbero preso sicuramente una decisione migliore dell’uomo in nero.

Luca e Simone non comprendevano questa reazione. Per loro il calcio è sempre stato un gioco ma non era così per mamma e papà. Essi erano pervasi dalla convinzione che i figli un giorno sarebbero diventati dei campioni. Grazie a loro, avrebbero realizzato i sogni di gloria che da giovani non avevano potuto raggiungere, oltre ad avere una sistemazione economica che gli avrebbe permesso di vivere una vita più agiata. Per i bambini di appena otto anni di età, ormai questa situazione stava diventano insostenibile. Non riuscivano più a sorridere. Non si divertivano perché l’idea di sbagliare e di affrontare il post partita, era un peso troppo grande da sopportare.

Un giorno, i due piccoli amici, stavano passeggiando pensierosi e tristi alla ricerca di una soluzione quando vennero attratti dalle voci festanti di alcuni bambini provenienti dal parco. Incuriositi corsero verso di loro e videro che uno aveva un bastone di legno con il quale tentava di colpire una piccola palla bianca. Dietro di lui, un bambino vestito in modo strano con maschera, pettorina e schinieri, teneva un guanto enorme color marrone pronto a prenderla nel caso non fosse stata colpita. Tutti gli altri erano in campo, vestiti in modo buffo con dei pantaloni lunghi e un berrettino in testa. Ad un certo punto il bimbo con il bastone colpì la palla così forte che questa volò lontano lontano e tutti cominciarono a correre. Ma la cosa incredibile avvenne quando i giocatori, si accorsero della loro presenza e a gran voce gli chiesero di unirsi a giocare. Il sorriso illuminò i loro visi e corsero felici a provare questo gioco sconosciuto: si chiamava baseball.

Da quel giorno sono passati tanti anni. Luca e Simone sono cresciuti così come la loro amicizia, profonda e sincera. Ancora giocano felicemente a baseball nella stessa squadra, mentre i rispettivi genitori continuano nei loro sogni di gloria, criticando arbitri, allenatori e lamentandosi per le sconfitte. Pur cambiando sport, essi hanno capito che mamma e papà non cambieranno. Tanto vale giocare, sorridere, divertirsi e sperare che un giorno gli adulti prendano esempio da chi sa vivere la vita con la gioia nel cuore.

Aurora Sport e Mental Coach (www.auroracoaching.it)

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