Gariboldi Moda, 90 anni sul Naviglio

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di Paolo Migliavacca

Ci sono a Gaggiano due donne che, tutte le mattine, alzano la saracinesca di un negozio in faccia al Naviglio, a due passi dal Ponte Vecchio.

Il tempo che passa, con l’acqua placida del canale, non scalfisce la loro passione per il mestiere che svolgono in famiglia da quando i Gariboldi hanno rilevato l’attività esercitata prima di loro da Pietro Bertoni e prima ancora da Guglielmo Affer e prima ancora da Giuseppe Affer che vendeva tessuti fra queste mura prima ancora della Grande Guerra.

Il negozio ha una storia lunga novant’anni, quanti se ne possono ricostruire dai documenti, dagli incartamenti e dalle memorie di famiglia, a partire dal 1927 quando una nuova legge fece riordinare tutte le licenze di commercio, dando il via alla storia ufficiale delle nostre botteghe.

Le due donne lo custodiscono con l’affetto che si ha per le cose più care. È un negozio che si presenta con quattro ampie vetrine e una galleria che protegge il cliente dalle auto che passano rasente il muro, prima di spingere una delle due porte a vetri ed entrare fra i mille colori dei capi d’abbigliamento.

Il 10 luglio 1927 Pietro Bertoni, nativo di Noviglio, già commerciante di frutta e verdura, prende possesso di questo negozio e diventa mercante di stoffe. Ve ne sono altri in paese: Francesca Banfi, Pietro Foini, Pierina Barbaglia e Carlotta Sandretti che ha anche la licenza per vendere dolciumi. Il negozio occupa un terzo della superficie attuale; potrà ingrandirsi trent’anni dopo quando Francesco Bianchi detto Cecotu lascerà nelle sue mani la sua confinante bottega di barbiere. L’ampliamento definitivo si compie negli anni Ottanta col ritiro dall’attività di un altro negozio vicino, quello di articoli idraulici dello Sguinzi Giuseppe.

Pietro_Bertoni
Pietro Bertoni

Bertoni comincia vendendo tutto ciò che serve per mettere su casa: i mobili per arredarla, mostrati su catalogo; materassi, coperte, il corredo completo della novella sposa. La sua carta intestata racconta: “Pietro Bertoni, successore di Guglielmo Affer. Tessuti, mercerie, tele di lino e cotone, assortimento trapunte e coperte. Piuma e lana per materassi”.

Poi il negozio diventa di tessuti, quelli che si vendevano a metratura srotolando le pezze sul bancone davanti al cliente, accarezzandone la superficie, tastandone la qualità con una mano mentre si teneva con l’altra il metro lineare di legno rigido. Claudino Gariboldi, da cui il negozio conserva oggi il nome sull’insegna, nasce a Casorate Primo da una sorella del Bertoni; lo mandano a studiare in un collegio di Como diretto da don Teresio Ferraroni, gaggianese, el fiö de la sciura Paolina. Prosegue fino al diploma di ragioniere, ma ha già cominciato a passare le giornate dietro al banco insieme allo zio e ad apprenderne l’esperienza. Sposa Carla Bianco e vengono a stare sopra il negozio, come avviene per tutti gli esercenti in paese, che hanno la cucina nel retro bottega e le camere da letto al piano di sopra (qualcuno ha anche una finestrella nel pavimento della stanza da cui può tener d’occhio l’afflusso dei clienti al piano di sotto).

Claudino si fa una clientela nei paesi vicini, da Trezzano a Abbiategrasso, fino a Binasco, viaggiando con una Seicento color verdino per fare consegne dirette mentre Carla tiene il negozio dove l’anziano zio (Pietro Bertoni è del ‘96) risente delle conseguenze della guerra combattuta in gioventù.La convivenza con lo zio durerà vent’anni, fino alla sua morte nel dicembre del ’79.

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Claudino Gariboldi e la moglie Carla (1963)

Intanto il negozio è cambiato e le confezioni hanno sostituito i tessuti. I Gariboldi intuiscono per tempo le trasformazioni in atto. “Abbiamo notato – ricorda oggi la signora Carla – che nessuna faceva più la sarta”. La gente avrebbe anche continuato a comprare stoffe, resistendo al dilagare degli abiti confezionati, se avesse trovato ancora chi glieli tagliava e cuciva su misura. Ma la sartina china sull’ago e il filo non c’era più: o aveva trovato un posto in fabbrica, o aveva capito lei per prima che il suo lavoro sarebbe scomparso. Così, a partire dal 1972, Gariboldi è un negozio di confezioni.

“Abbiamo lavorato bene fino al ’90, da non avere il tempo in certe giornate nemmeno di sedersi e mangiare”. Poi il mondo cambia ancora e il commercio illanguidisce nei piccoli negozi, mentre gonfia i grandi centri. I Gariboldi si difendono rinforzando la composizione famigliare: al posto della commessa entra in negozio la figlia Patrizia nel ruolo di coadiuvante (poi, dopo la morte di Claudino Gariboldi nel 2007, la giovane donna diventerà titolare dell’esercizio).

Si difendono rinunciando a rincorrere le mode giovanili che a loro volta rincorrono le grandi marche: il negozio conserva l’assortimento per “il bambino”, seguendolo dalla nascita ai primi anni di vita e quello classico, sia per la donna che per l’uomo. È una difesa coraggiosa e orgogliosa che garantisce alla via Roma quegli occhi aperti delle quattro vetrine in un panorama di saracinesche abbassate contro cui crescono ciuffi d’erba.

Non è più il tempo e non è più il paese in cui si legava il cliente per generazioni: la nonna comprava per la figlia, che conservava l’abitudine e veniva a comprare la dote per la nipote. Non è più il tempo e non è più il paese in cui si può vendere a credito perché si è in confidenza e ci si conosce. Non è più il tempo né il paese in cui i vigili, trovando l’auto in divieto (la via Roma è tutta un divieto) entravano ad ammonire prima di far la multa. Tutto concorre a scoraggiare.

La signora Carla e la figlia Patrizia
La signora Carla e la figlia Patrizia

Ma la signora Carla si è aggiornata, ha installato la macchinetta per il POS, compra oculatamente per una clientela che non andrà mai in un autlet (scritto come si pronuncia) perché preferisce la sicurezza data dall’esperienza. E Patrizia, ormai dimenticata la lontana esperienza d’insegnante, l’affianca con la stessa determinazione. Ha vissuto i cambiamenti, si è appropriata delle novità, ha assimilato il gusto per la tradizione e acquisito i bei modi di fare del negoziante d’una volta: uno sguardo alla merce, uno sguardo al cliente a cui sa di offrire proprio quello che gli serve. Qui si vende roba sana, non roba cinese. Dopo novant’anni, ne è fedele testimone il Naviglio. Testimone di una storia che continua.

La licenza per il commercio datata 1927
La licenza per il commercio datata 1927

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