Compagnia FavolaFolle: una famiglia teatrale a Gaggiano

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“Tutto il mondo è un teatro e tutti gli uomini e le donne non sono che attori: essi hanno le loro uscite e le loro entrate; e una stessa persona, nella sua vita, rappresenta diverse parti.” (William Shakespeare)

L’auditorium di Gaggiano era ormai abbandonato a se stesso quando nel 2010 quattro ragazzi, con la passione per il teatro, propongono all’allora assessore alla cultura Mattia Zangrossi, il loro “folle” progetto: prendere in gestione lo spazio, attrezzarlo tecnicamente e renderlo funzionante come teatro e come sala per conferenze esterne. Zangrossi crede nelle loro capacità e gli da tutto il supporto di cui hanno bisogno per realizzare l’idea. Si chiamano: Carlo Compare direttore artistico, regista e insegnante del corso per adulti, Giada Catone attrice, ballerina, insegnante di musical e make up artist, Gabriele Paina e Matteo Sala attori. Partiamo dal nome e dal logo della compagnia: Carlo ci spiega l’immagine composta da due F maiuscole che si contrappongono formando un omino a testa in giù. Il nome “FavolaFolle” invece, sta ad indicare il tipo di teatro che vogliono portare in scena: raccontare favole che hanno un pizzico di follia. Quella follia che poi coinvolge anche il pubblico in sala, ad esempio, in uno dei loro spettacoli più famosi “Ho visto un re”, attraverso la storia dei due personaggi principali che recitano in dialetto milanese, vengono percorsi luoghi, canzoni, usi e costumi della Milano degli anni ’70. La follia dove sta? Che all’interno del racconto ambientato in un’osteria tipica gaggianese, i due attori Gabriele e Matteo, bevono realmente il vino. Complice la comicità dello spettacolo, il risultato finale sarà che, il pubblico stesso si accorge di questa “follia” venendo coinvolto in un crescendo di emozioni e risate dettate dall’ebbrezza reale degli attori e indotta per osmosi del pubblico che a fine spettacolo è più euforico degli stessi attori sul palco, pur non avendo bevuto neanche un goccio di rosso.

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Ciao Carlo, usciamo dai nostri ruoli consueti di allieva e insegnante come fa un attore in teatro. Che ne pensi? Ok va bene allora farò il serio… (ridiamo).

Come vi siete incontrati e in che modo nasce la compagnia FavolaFolle? In realtà ereditiamo il nome da una compagnia amatoriale già esistente, dove inizialmente io e Giada, appena diciasettenne, collaboravamo. Nel 2010 per una serie di circostanze, abbiamo deciso di rilevarla con l’obiettivo di trasformarla in una compagnia professionale.

Come nasce quest’amore per il teatro? Ho sempre creduto che se lasci andare le cose secondo il loro ritmo, senza ostinarti nel cercare per forza qualcosa, arrivano da sole. Semplicemente, a volte, le cose ti capitano. Sono sempre stato attratto dalla comunicazione, mi appassiona il genere umano, le emozioni più o meno nascoste che vivono in noi. In modo del tutto naturale, partendo per gioco come attore, ho capito che questa strada mi piaceva e l’ho intrapresa. Ho solo fatto una leggera deviazione: andare sul palco mi intimidiva, mi inibiva, per cui ho abbandonato il ruolo di attore per assumere quello di regista che si addice di più al il mio modo di essere.

Tu segui il corso adulti. Sei partito l’anno scorso con un gruppo composto da dieci persone e quest’anno la richiesta è stata così alta che hai dovuto crearne due, lasciandone molte fuori. Cosa rappresentano i tuoi allievi per te? Ah bella domanda, un po’ trabocchetto visto che sei una mia allieva. (ridiamo). Difficile mi cogli di sorpresa. (Dopo un attimo di pausa in cui il suo viso si illumina pensando a loro risponde): mi rendo conto che possa suonare inquietante, ma li sento un po’ come se fossero figli miei. Mi piace occuparmi di loro sapendo che, anche solo teatralmente, dipendono da me. Sento che attraverso il mio lavoro, posso contribuire al loro benessere, li posso aiutare a liberare delle parti di loro che non avevano mai neanche preso in considerazione, credo molto nel potere liberatorio e sprigionante del teatro.

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Ciao Giada, come nasce invece in te questa passione? Da sempre ho avuto un amore verso la danza e avevo già le idee chiare: volevo insegnare e fare la coreografa, per cui mi iscrivo presso l’Accademia di Musical Canto e Recitazione di Milano.

Quest’anno hai superato te stessa: ben 10 spettacoli e 150 bambini e ragazzi che vanno dai 5 anni fino a 17. Ma quanta energia ci vuole? Tanta perché la passione da sola non basta. Devo dire che i bambini sono fantastici e allo stesso tempo difficili da seguire e quando vedo dei miglioramenti nel loro modo di comunicare, nel rapporto con se stessi e con gli altri, sono soddisfazioni indescrivibili che ripagano un anno di lavoro. Quest’anno, gli spettacoli erano veramente tanti e impegnativi, così ho chiesto supporto alle allieve più grandi per il lavoro dietro le quinte. In questo modo hanno potuto vivere un’esperienza teatrale a 360 gradi.

Cosa rappresentano i tuoi allievi per te? Rappresentano la gioa di vederli evolvere nel loro percorso di crescita. Ci sono bambini e ragazzi che hanno superato la timidezza sentendosi più sicuri nel rapporto con gli altri, hanno imparato ad essere meno individualisti a vantaggio del lavoro di gruppo, hanno migliorato alcuni aspetti del loro carattere e i loro paradigmi comunicativi.

Il teatro è stato anche complice della nascita di una storia d’amore tra te e Gabriele. Vuoi raccontarcela? Frequentavamo la stessa Accademia dove abbiamo avuto modo di conoscerci, poi, condividendo la stessa passione ed entrando anche nella compagnia, è stata una conseguenza naturale.

Scusa, ma vedo che Carlo sta attirando la mia attenzione perché vuole aggiungere la sua di versione. Secondo me, c’è stato un episodio determinante. Stavamo preparando la nostra versione di Romeo e Giulietta. Matteo faceva la parte di Mercuzio, mentre loro due, guarda caso, interpretavano i ruoli dei due innamorati. Penso che le prove e lo spettacolo li abbiano aiutati. (ridiamo tutti)

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Ciao Gabriele, tu come arrivi ad appassionarti al mondo teatrale? Ho lavorato per un po’ di tempo con i miei genitori nell’azienda di famiglia, fino a quando un giorno sentivo che avevo bisogno di fare altre esperienze e per tre anni ho fatto l’animatore turistico. Guadagnavo poco ma in compenso qui ho capito quale fosse la mia strada. Mi ero accorto che durante gli sketch ero il più bravo, riuscivo a fare ridere il pubblico e trovavo soddisfazione nel ricevere il loro applauso. Così, tornato a casa, comunico la decisione ai miei genitori che sarei diventato un attore. Devo dire che, diversamente dai miei colleghi, ho subito trovato il loro supporto.

Come sei entrato nella compagnia. Mi è sembrato di capire che Carlo non ti volesse. Ci puoi raccontare cosa è successo? (ridono tutti). Certo! Io avevo già fatto un provino qualche anno prima, ma Carlo non mi aveva selezionato. Poi in occasione di un altro allestimento Giada, convinta delle mie potenzialità, ha insistito perché venissi incluso nel cast. Qui, fortunatamente, Carlo mi ha riconsiderato e mi sono unito al gruppo.

Ciao Matteo, com’è nata questa passione per il teatro? E’ nata durante le recite in oratorio. Mi ricordo che con determinazione dicevo sempre questa frase: “io voglio stare sul palco”. Avevo le idee chiare. Ho dovuto fare i conti con la mia famiglia che mi ostacolava nel mio progetto perché non lo considerava un lavoro. Così si è giunti ad un compromesso: mi sono laureato in architettura e contestualmente studiavo come attore. L’occasione di entrare nella compagnia l’ho avuta per caso un giorno, quando Carlo cercava disperatamente un attore che sapesse oltre che recitare anche cantare, per il suo spettacolo “la piccola bottega degli orrori”. In qualche modo recitavo già, mentre a cantare come mi disse lui scherzando ero un cane. Ora sono migliorato tanto, ma lui dice di no. (ridono).

Cosa ti dà il teatro? Beh oltre alla soddisfazione di svolgere un’attività che amo, mi piace l’idea che attraverso il mio lavoro, riesco a lanciare un seme di cultura al pubblico che mi ascolta. Se germoglierà oppure no, non lo so, sono contento che nel mio piccolo possa contribuire alla sua divulgazione.

Quali sono i vostri punti di forza? Come superate i momenti difficili? Compagnia FavolaFolle: Condividiamo l’amicizia e il rispetto reciproco dei ruoli. Ognuno di noi viene valorizzato in base alle proprie competenze e ci aiutiamo molto. Sicuramente un nostro punto di forza è una Leadership condivisa. Nel senso che non ‘esiste un vero e proprio leader fisso, un capo indiscusso, la leadership ruota tra di noi in modo naturale, in base alla situazione che la compagnia deve affrontare, dando equilibrio al gruppo.

Per concludere qual è il vostro prossimo sogno?

Gabriele: fare le repliche di “Ho visto un re” per un mese intero nello stesso teatro.

Matteo: fare l’attore a tempo pieno senza nessun tipo di compromesso..

Giada e Carlo: divulgare il nostro metodo in altre realtà e investire ulteriormente nel teatro di Gaggiano per migliorarne l’aspetto e la funzionalità. Finita l’intervista, ritorno nei panni dell’allieva e mi chiedo perché mi piace così tanto fare teatro. Salire sul palco è come viaggiare all’interno delle tue paure: una volta messe in scena, esse scompaiono lasciandoti libera di spiccare il volo. Grazie FavolaFolle.

Negli ultimi 3 anni FavolaFolle ha investito circa 15.000 euro per l’implementazione tecnica e scenotecnica (impianto luci, audio, regia, palco) rasformando l’Auditorium in un vero teatro che può ospitare qualsiasi tipo di evento o spettacolo. Inoltre oggi l’auditorium ospita una media di 60 eventi esterni organizzati dal comune e dalle associazioni gaggianesi. Il tutto con la supervisione della Compagnia e in maniera totalmente gratuita.

Articolo pubblicato su Gaggiano Magazine n.zero – autunno 2015

testo di Aurora Puccio – foto di Marco Costanzo e Riccardo Russo

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